Roma, 14 giu – Coerente con la norma della competitività deregolamentata, l’obiettivo degli architetti del mondialismo deregolamentato è sempre il medesimo: il conseguimento della disponibilità di una forza lavoro da cui estrarre plusvalore a prezzi più vantaggiosi, ora andandola a sfruttare in aree del mondo a diritti limitati, ora introducendola in Occidente mediante deportazioni di nuovi schiavi senza tutele, senza diritti e senza radicamento. La medaglia della quale la delocalizzazione e l’immigrazione di massa sono le due facce è, pertanto, quella del conflitto di classe, che il capitale sta vincendo senza incontrare resistenza e con la piena subalternità culturale del ceto intellettuale e delle forze sedicenti progressiste, geopoliticamente euro-atlantiste, metafisicamente nichiliste, valorialmente relativiste e politicamente liberal.

Queste ultime subito diffamano come razzista e xenofobo chiunque non accetti l’elogio lacrimevole dei fenomeni migratori come incondizionatamente buoni e osi smascherare la reale essenza di deportazione schiavista propria dell’immigrazione di massa come strumento della lotta di classe nelle mani del Signore post-borghese ai danni dei lavoratori autoctoni e migranti. L’immigrazionismo è promosso dal nuovo padronato cosmopolita e deterritorializzato, che se ne avvale a mo’ di nuova deportazione di schiavi da cui estrarre plusvalore, e legittimato culturalmente dalla libertaria Sinistra del Costume, che lo santifica mediante l’accusa immediata di xenofobia e di razzismo ai danni di chiunque osi criticarlo. Le migrazioni coatte promosse dall’accumulazione flessibile del capitale post-1989 e dall’imperialismo che essa non ha cessato di secernere sono un momento della concorrenza universale nel sistema dei bisogni globalizzato: nel cui piano liscio il migrare non è, in sé, più emancipativo del permanere nella territorialità d’origine, né il nomade è più incline alla rivoluzione del soggetto stanziale.

In antitesi con quanti celebrano l’odierna immigrazione come modello intrinsecamente positivo, integrativo ed emancipativo, occorre ribadire con enfasi che esso è tale sempre e solo per il capitale e per il Signore mondialista; i quali possono, così, impiegare senza riserve i migranti nelle filiere della produzione a prezzi stracciati e senza il giusto riconoscimento dei diritti. Ancora, possono agevolmente sostituire la manodopera protetta da diritti sociali e dotata di una residuale coscienza di classe oppositiva con una nuova manodopera, che manca degli uni e dell’altra e che, di più, risulta sempre soggetta al ricatto dell’espulsione per denuncia di immigrazione clandestina in ragione della sua condizione di sans papiers ed è disposta a tutto pur di sopravvivere.

Diego Fusaro

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5 Commenti

  1. il commento inviato poco fa era riferito al post precedente di Fusaro, dove si parla di Saviano;
    se verrà approvato prego la redazione di spostarlo

  2. A proposito del fenomeno migratorio, ci sarebbe un altro aspetto, che avrei desiderio di veder trattato un giorno o l’altro, una buona volta: cioè il concetto di xenofobia; uno dei pilastri, costruiti sulla sabbia, del politicamente corretto.
    La parola ricorre in senso pressoché totalmente negativo. Ma da un po’ di tempo, almeno per me, non è altro che l’opposto della xenofilia. Questa è l’amore per lo straniero, l’altra la paura dello straniero.

    Riporto questo passo, dal film Sette anni in Tibet:
    È la profezia. È scritto qui, nell’ultimo testamento del grande tredicesimo Dalai Lama.
    Può accadere che nel Tibet, la religione e il governo vengano attaccati da forze esterne. Se non proteggiamo il nostro Paese, i monaci e i loro monasteri saranno distrutti; i terreni e le proprietà dei funzionari del governo confiscate. Il Dalai Lama e tutti i venerati possessori della fede spariranno e diventeranno senza nome.
    Ora…, vi è chiaro perché non diamo il benvenuto agli stranieri?

    Quindi, dal punto di vista dei tibetani è xenofilo chi dà il benvenuto agli stranieri; xenofobo chi non dà il benvenuto agli stranieri.

    Riporto anche un articolo in cui il Dalai Lama esprime le proprie idee sull’immigrazione, che sono esattamente quelle di Salvini

    http://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/11915231/dalai-lama-immigrazione-rifugiati-papa-francesco.html

  3. Mi trovo quasi sempre d’accordo con Fusaro tranne che sul termine “deportazione” che sostituirei con “trasporto”. I clandestini non vengono “deportati”, ma “trasportati”. Basta vedere i filmati su Ceuta e Melilla dove si arrampicano sulle barriere con un’agilità da acrobati per penetrare VOLONTARIAMENTE. Se a qualcuno di questi “deportati” si desse il foglio di via per tornare con un benefit basato sul mantenimento gratuito per un anno, non lo accetterebbero mai. Perché la verità è che nessuno li obbliga, ma vengono a loro rischio e pericolo.

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