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Roma, 7 ago – È stata formalmente aperta l’inchiesta sugli attacchi web che hanno colpito Sergio Mattarella. L’ipotesi d’accusa sarebbe attentato alla libertà del presidente della Repubblica e offesa all’onore e al prestigio del Capo dello Stato. L’indagine riguarda il cosiddetto «tweetstorm» che, nel maggio scorso, si era abbattuto sul Colle allorché Mattarella aveva rifiutato Savona come ministro dell’Economia e, quindi, aveva fatto saltare la formazione del nuovo governo. Un governo che Mattarella non aveva alcuna intenzione di affidare a Lega e M5S, ma che voleva invece far presiedere al tecnocrate Filippo Cottarelli.
A indagare su questa presunta azione di troll è la Procura di Roma. L’inchiesta giudiziaria è coordinata dal procuratore aggiunto Angelantonio Racanelli ed è stata assegnata al pm Eugenio Albamonte, esperto di reati informatici e antiterrorismo, nonché membro di spicco di Magistratura democratica, potente associazione di toghe vicine al Pd. Nel fascicolo si ipotizza anche il reato di sostituzione di persona per oltre 400 profili Twitter attivi nella notte tra il 27 e il 28 maggio: gli inquirenti sostengono che siano tutti riconducibili a un’unica fonte. In questo senso, la Polizia postale ha depositato un’informativa alla Procura.
Anche in questo caso si ripropone la questione (innanzitutto politica) sulla distinzione tra vilipendio allo Stato e legittima espressione di dissenso. Qualora si sia attentato veramente alla libertà di Mattarella, sarebbe ovviamente giusto procedere. Ma le comprensibili proteste di una corposa fetta di elettorato contro un presidente della Repubblica che ha consumato una crisi istituzionale senza precedenti per impedire a una maggioranza la formazione di un governo, ecco, questo è tutta un’altra storia. Tra l’altro i presunti attacchi sarebbero avvenuti in rete, non con assalti alla baionetta o con pistolettate. Mattarella non è Kennedy, insomma. Anche perché reprimere il pacifico dissenso non si chiama affatto «difesa delle Istituzioni». Si chiama, molto più semplicemente, «censura».
Elena Sempione

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6 Commenti

  1. Con tutti i problemi causati da mafie italiche ed extracomunitarie dobbiamo perdere tempo, uomini e risorse per un episodio minimale e senza alcuna importanza……..il tutto provoca amarezza,sdegno e profondo senso di vergogna……….noi sudditi e schiavi italiani per la sinistra non contiamo proprio un cazzo. Che schifo.

  2. Da troppo tempo i Presidenti della Repubblica si credono i padroni del paese quando hanno solo un ruolo istituzionale perchè la nostra è una repubblica PARLAMENTARE.Per non dire che uno ha dichiarato che i confini sono una convenzione(!) e di un Ministro rappresentante della maggioranza degli elettori non gli piacevano le idee(!!!) mentre l’altro,Napolitano insistette perchè facessimo la guerra alla Libia, cosa contro la costituzione che ripudia la guerra!! E che dire di Napolitano che nel libro di 3 anni fà “Massoneria; società a responsabilita limitata ” di Giole Magaldi risulta appartenere ad una loggia massonica oligarchica straniera.Napolitano non ha mai fatto causa per diffamazione al autore e questa appartenenza è del tutto contro la costituzione dato che un Presidente non puo’ di nascosto dal popolo che deve rappresentare prendere parte a società segrete e accordi segreti con personalità straniere

  3. …no, non si chiama, solo, censura…si chiama: ”repressione”…..
    …ma, per caso, qualcuno ha detto che ha la faccia da sorcio arrabbiato? O ha detto che ha la capoccia bianca come il vello di una pecora? No, nessuno lo ha detto….

  4. Scalfaro: una beghina fatta a presidente; Napolitano: il promotore in Italia della distruzione della Libia; Mattarella: al momento sappiamo che non ha simpatia per il dott. Savona e che è sconsigliato frequentarlo se soffrite un po’ di depressione….

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