Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 5 mar – C’è un solo maggiorente del Pd che non ha ancora detto a Nicola Zingaretti di ritirare le dimissioni da segretarioStefano Bonaccini – e tutti gli occhi sono puntati sul governatore dell’Emilia-Romagna. E’ il suo momento? Si prenderà lui il Pd? Proprio per questo le dimissioni di Zinga potrebbero essere un bluff per ribadire la sua leadership nel Pd. Tutti guardano al successore e invece sarà il governatore del Lazio a succedere a se stesso, all’Assemblea nazionale. Oppure no, ma allo stato attuale la possibilità che la mossa del segretario dimissionario sia quella di farsi confermare a furor di popolo appare la più probabile.

L’addio (?) di Zingaretti: “Al Pd si parla solo di poltrone, mi vergogno”

Ieri a sorpresa Zingaretti ha annunciato la sua decisione di lasciare la segreteria del Pd con un post su Facebook in cui ha usato parole dure contro chi nel suo partito pensa solo alle poltrone (e soprattutto gli fa la guerra). “Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie“. Un attacco frontale contro i vari capicorrente dem che lo sottopongono al fuoco amico incrociato da troppo tempo.

Ma il diavolo si nasconde nei dettagli

Ma il diavolo – come si suol dire – si nasconde nei dettagli. Zinga infatti ha anche scritto: “Nelle prossime ore scriverò alla presidente del partito per dimettermi formalmente. L’Assemblea nazionale farà le scelte più opportune e utili”. Neanche a dirlo, il suggerimento è di respingere le dimissioni. Una mossa possibile, perché il leader dem ha una maggioranza schiacciante nell’Assemblea (66%). Insomma, Zingaretti potrebbe tranquillamente vincere la conta alla prossima Assemblea, fissata il 13 e 14 marzo, ed evitare così di rischiare al congresso.

Così Zinga può rimettere in riga i dem fino al voto di ottobre

A sentire i suoi, naturalmente, le dimissioni sono irrevocabili. Anche perché Zingaretti ha picchiato duro contro il suo partito. Ma il sospetto che colui che spesso è stato accusato nel Pd di non essere abbastanza decisionista e di essere fin troppo morbido e attendista ora invece mostri tutta la sua forza c’è. Sì, perché se Bonaccini scalpita e con lui gli ex renziani (mai abbastanza ex, evidentemente) per prendersi la guida del partito, dall’altra parte ci sono tutti gli altri big – da Franceschini a Delrio e Orlando – che chiedono a Zingaretti di ripensarci. Il governatore del Lazio – che vorrebbe i 5 Stelle in Giunta – e che punta all’alleanza con Grillo anche su Roma (a tal proposito alcune malelingue hanno insinuato che Zinga volesse la poltrona della Raggi), non può arrivare fino a ottobre, quando si voterà, sotto il fuoco amico di logoramento. La contromossa delle dimissioni servirà dunque a far venire allo scoperto i suoi nemici, da Orfini a Bonaccini.

Se non vince Zinga il Pd rischia l’ennesima scissione

Ecco perché se alla prossima Assemblea Zingaretti sarà riconfermato segretario per acclamazione, i vari capicorrente dovranno restare allineati e coperti fino a nuovo ordine. A leggere i commenti su Facebook, è l’auspicio di tutti. Così come a dire il vero in tanti sul social se la prendono con Renzi, che avrebbe rovinato pure il Pd oltre che il meraviglioso governo Conte bis. Zinga sa bene che i “mi piace” non sono i voti dell’Assemblea ma la mossa social – che ha spiazzato tutti – è soltanto l’inizio della resa dei conti. Certo è che se non avrà la meglio Zinga, il Pd – da anni partito della conservazione del potere, quasi sempre al governo, quasi sempre senza voti – rischia l’implosione e l’ennesima scissione. Staremo a vedere.

Adolfo Spezzaferro

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

Commenta