Roma, 9 nov – A cosa serve la plastic tax? A raggranellare un miliardo di tasse, ennesimo balzello del governo nato “per scongiurare l’aumento dell’Iva” ma che, fra un po’, metterà le mani nelle tasche degli italiani quasi più di quanto avrebbe fatto il ritocco all’insù della tanto temuta imposta. E basta. Mascherando il tutto, s’intende, con le migliori intenzioni, come la proverbiale strada verso l’inferno.

Plastic tax: ma quali incentivi

Una limatura di qua, qualche generico “correttivo” di là. Il risultato è che, comunque la si veda, l’esecutivo giallofucsia vuole racimolare dalla tassazione sulla plastica ben un miliardo di euro nel 2020, che diventano 1,8 miliardi nel 2021 e all’incirca altrettanti l’anno successivo in avanti. E qui emerge la prima contraddizione: se è vero che l’imposta dovrebbe incentivare comportamenti virtuosi (riduzione nell’uso della plastica, riconversioni produttive) non si spiega allora com’è che il gettito venga stimato in aumento.

A pesare è soprattutto la struttura dell’imposta. Sotto la plastic tax le aziende dovranno versare un euro per ogni kg del (prezioso, ormai) polimero, con pagamento trimestrale anticipato. Un incremento superiore al 100% nei costi di produzione, secondo le prime stime. Non parliamo di piccole cifre: il settore fattura oltre 30 miliardi di euro, dando lavoro a quasi 200 mila persone considerando anche l’indotto. Un comparto concentrato soprattutto al nord e specialmente tra Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.

Quasi nessun beneficio all’ambiente

Oltre al danno, la beffa. Pensata come misura “ecologica”, è però altamente probabilmente che non vi sia alcun reale beneficio per l’ambiente. Anzitutto perché in Italia buona parte della plastica utilizzata viene riciclata. Siamo – ultimi dati disponibili – al 43%, ma in sensibilmente crescita: se nel 1998 venivano riciclati 1,8 kg a testa, oggi siamo a 18 kg. Un incremento di dieci volte, con picco registrato fra 2015 e 2017 quando gli imballaggi destinati al recupero sono aumentati di quasi il 70%. Per confronto: contendiamo alla Germania la palma del primato europeo, mentre al mondo solo il 15% dei polimeri sono avviati al riciclo.

La presa in gira diventa ancora più palese se si pensa che già oggi le aziende versano ogni anno al Conai, il Consorzio nazionale imballaggi, 450 milioni che vengono utilizzati per aiutare i comuni italiani a sviluppare la raccolta differenziata. La quale, a sua volta, spesso e volentieri si è tradotta in un aggravio di tariffe per i cittadini. Prima pagavamo solo per riciclare, domani pagheremo anche per usare: ecco spiegata l’economia circolare.

Filippo Burla

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