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Roma, 14 feb – Ottenuta dal parlamento europeo l’approvazione del regolamento, il Consiglio dell’Unione Europea ha ufficialmente adottato il Recovery Fund. La firma, apposta da Ursula Von Der Leyen e David Sassoli, presidenti rispettivamente della Commissione Ue e del parlamento europeo, accanto a quella del presidente di turno del Consiglio Ue, il portoghese António Costa, rende il Recovery Fund operativo. Ora la palla passa agli Stati membri, chiamati alla ratifica prima che l’Unione possa iniziare a raccogliere i fondi sul mercato per poi girarli ai governi sulla base dei piani nazionali.

Un mostro burocratico

L’occasione ci permette di tornare ancora una volta sul meccanismo di funzionamento del dispositivo. A partire da un dato di natura tecnica: se l’intenzione dell’Ue era quella di creare un altro ircocervo burocratico, con il Recovery Fund ha toccato nuove vette. La procedura di ripartizione dei fondi, infatti, è qualcosa di tremendamente complesso e cavilloso.

Si parte dai piani nazionali, che dovranno essere vagliati preventivamente (nel corso della primavera) dalla Commissione. Superato questo primo scoglio, messi dunque nero su bianco gli obiettivi, inizia la parte divertente. I fondi, infatti, non sono erogati immediatamente ma ogni sei mesi. Per di più a consuntivo: prima gli Stati spendono, poi l’Ue rimborsa. Sulla coerenza tra obiettivi e spese sostenute si esprime la Commissione, che invia la propria relazione al Comitato economico e finanziario. E’ in questa sede che potrebbe attivarsi il “freno d’emergenza“: in caso di mancato accordo (deve avvenire all’unanimità fra i rappresentati delle nazioni ivi rappresentate) la palla passa al Consiglio Europeo. Dove, peraltro, non è detto si trovi la quadra.

Tempo previsto per la gincana? Non meno di tre mesi. Periodo nel corso del quale i pagamenti (già sostenuti) vengono messi sotto esame e con una potenziale spada di Damocle sulla testa dei governi. I quali potrebbero, nella peggiore delle ipotesi, trovarsi senza l’accredito di una (o più) rate. Alla faccia della presunta “solidarietà europea”.

A che serve il Mes quando puoi avere il Recovery Fund?

Solidarietà che, a dire il vero, non è mai esistita. Così come, checché se ne dica, non è mai terminata la stagione dell’austerità. Il regolamento del Recovery Fund, al contrario, conferma le più nere aspettative. Al suo interno, infatti, sono richiamate più volte le raccomandazioni specifiche per Paese. Parliamo delle linee guida comunitarie – fondamentalmente, almeno per l’Italia, un concentrato di richieste di taglio della spesa pubblica, riforma delle pensioni ad aumento delle tasse sulla casa – che, da suggerimento (per quanto “spintaneo”), diventano oggi condizione necessaria per poter accedere agli stanziamenti Ue. I quali non solo costeranno miliardi, ma allo stesso tempo ci imporranno lo stesso identico schema già dimostratosi fallimentare. Forse volutamente.

Non deve sorprendere, a questo punto, che non si parli più di Mes. Il cavallo di battaglia di Italia Viva, che anche per la riluttanza dell’esecutivo a volerne chiedere l’attivazione portò alla caduta del Conte bis, diventa oggi per i renziani una bandiera di cui disfarsi. Non perché i tassi sono scesi e quindi viene meno la convenienza (che non c’è comunque mai stata). Perché, al contrario, con il nuovo governo il piano nazionale “di ripresa e resilienza” può finalmente subire un’accelerata. Se il precedente a firma Conte-Gualtieri sarebbe probabilmente stato rimandato a settembre, con Draghi alla guida il rischio bocciatura è pressoché nullo.

L’esecutivo fresco di nomina sarà in grado di prepararlo a puntino – di questo non abbiamo dubbi: rispetto all’incompetenza del duo precedente basta veramente poco – per incontrare i desiderata di Bruxelles. Aprendo così la strada all’ennesimo strumento dietro il quale si maschera l’ideologia del vincolo esterno. A che serve il Mes quando puoi averlo, persino potenziato, sotto il nome di Recovery Fund?

Filippo Burla

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