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Roma, 2 ott – Il sindaco di Riace, Domenico Lucano, è stato arrestato e messo ai domiciliari insieme alla moglie Tesfahun Lemlem. L’accusa è grave: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma l’accusa, oltre che grave, è anche ironica. Una specie di nemesi per tutti i talebani dell’accoglienza. Il paesino calabrese – noto per i famosi bronzi di epoca greca lì rinvenuti – era infatti diventato celebre anche per essere un presunto modello di integrazione. Di qui il nome giornalistico di «modello Riace». Tra i massimi sostenitori e cantori del «mito nuovo» c’è, ovviamente, anche Roberto Saviano, il «bardo cosmopolita», come l’ha ribattezzato Diego Fusaro.
Così Saviano, circa un mese fa, aveva descritto su Repubblica il paradiso terrestre dell’integrazione: «Il modello Riace è una cattedrale di libertà che innestatasi su un deserto lo ha reso florido di vita». La narrazione savianesca verteva tutta su un paese accogliente e ospitale che aveva saputo aiutare i poveri-migranti-che-scappano-dalla guerra e dove i profughi avevano fatto rinascere la cittadina grazie al sacro crisma dell’integrazione. Ora, però, tutto questo furbissimo storytelling è stato spazzato via dalla realtà. La realtà: la nemica storica della sinistra. Ma non si tratta solo dell’ennesima prova che l’«accoglienza» è un business. Si tratta anche dell’ennesima figuraccia di Saviano, dal plagio letterario alle bombe chimiche di Assad, inventate di sana pianta da quel generatore seriale di fake news che è l’Osservatorio siriano per i diritti umani.
Eppure, il «modello Riace» sembrava veramente l’ultima spiaggia per la credibilità di Saviano e, al contempo, l’ultimo cavallo di battaglia in una guerra che lo scrittore napoletano, da qualche mese a questa parte, sta malamente perdendo. Saviano, infatti, ha profuso numerose energie per costruire la narrazione secondo cui gli immigrati avrebbero salvato e redento il Sud morente. In un libro-intervista con il giornalista italo-tedesco Giovanni Di Lorenzo, direttore della Zeit, Saviano aveva addirittura evocato la sostituzione etnica degli italiani: «Per salvarlo, dobbiamo lasciare il Sud ai migranti». Un sogno allucinante e autorazzista che, fortunatamente, si è infranto a Riace. Dove le trombe e la fanfara dell’integrazione si sono trasformate in uno stridente tintinnio di manette e nel mutismo social del bardo immigrazionista.
Valerio Benedetti

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