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Roma, 16 set – Nicola Zingaretti teme una scissione nel Partito Democratico. Ma ormai è quasi certo che Matteo Renzi voglia andarsene. Sarebbero pronti, infatti, i nuovi gruppi che l’ex premier potrebbe tenere a battesimo alla Camera e al Senato. Secondo fonti renziane, nascerebbero non contro il governo, ma a suo sostegno. E sarebbero il nucleo fondatore di quella che i renziani definiscono una nuova “casa”. “Scissione? Spero di no perché un Pd unito serve alla democrazia italiana e serve alla stabilità del governo“. Così il segretario dem Zingaretti alla festa de l’Unità di Torino. “Serve un partito totalmente nuovo – ha detto – che si rifonda. E’ durissima ma questo lo dovremo fare. Dividersi in questo momento è un gravissimo errore che l’Italia non capirebbe”, ha avvertito. “Non ricominciamo ora con il tormentone se qualcuno deve rientrare oppure no nel Pd”. Piuttosto occorre, secondo il governatore del Lazio, “discutere di programmi e di cose da fare per il bene del Paese”.



Il segretario dem: “La nostra storia ci ha insegnato che quando ci dividiamo perdiamo”

La nostra storia ci ha insegnato che quando ci dividiamo quasi sempre perdiamo. Se stiamo parlando di un fatto drammatico come la scissione – aggiunge – non troviamo scuse come il fatto che dei militanti hanno cantato Bandiera Rossa a una festa del Pd. Non dobbiamo censurare o rimuovere la nostra storia, ma essere coscienti che è storia, vive nel passato, a cui dobbiamo guardare per vivere meglio il futuro. E la nostra storia ci dice che quando ci dividiamo quasi sempre perdiamo; quando siamo uniti, vinciamo”.

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Renzi: “Di politica nazionale parleremo alla Leopolda”

Dal canto suo, Renzi liquida i rumors e rimanda tutto a tempo debito: “Le chiacchiere stanno a zero. Di politica nazionale parleremo alla Leopolda e sarò chiaro come mai in passato. La priorità adesso è Firenze”, dice l’ex premier in merito a quella scissione che ormai tutti danno per certa. Si limita, per ora, a “capire la rabbia” di “Simona e Dario” (Bonafé e Nardella, ndr) “perché il Pd toscano è il più forte d’Italia ed era logico aspettarsi un riconoscimento territoriale al governo“. Renzi aggiunge anche che “ho accettato di votare questo governo e l’ho fatto senza chiedere niente per me o i miei”. Ma in verità sembra che Renzi – che nel governo giallofucsia ha due ministre (Bellanova e Bonetti) – avesse chiesto, a Dario Franceschini, ben cinque posti di sottogoverno, ottenendone solo due (Ascani e Scalfarotto). Gli altri tre renziani (Malpezzi, Morani e Margiotta), infatti, sono di Base riformista, area di Lotti-Guerini, area che dal Pd non esce. Ora lo strappo appare inevitabile. E se Renzi temporeggia, i due coordinatori dei comitati Azione civile – Ritorno al Futuro, Rosato e Scalfarotto, parlano di “separazione consensuale“. Per la dirigenza dem la scelta di Renzi è una “follia” o una “furbata”. Franceschini bolla come “ridicolo” il solo pensare che ci possa essere un interesse comune nel dirsi addio perché “quando spacchi un partito è sempre traumatico“, poi rivolge un estremo appello a Renzi: “Non farlo, il Pd è casa tua e casa nostra, è di tutti”. Carlo Calenda (che, a sua volta, lanciando un movimento politico distinto dal Pd) parla di “spregiudicatezza”.

Il 20 ottobre saranno chiare le intenzioni di Renzi

Se ci sarà, la scissione di Renzi, ha una data, il 20 ottobre, l’ultimo dei tre giorni della Leopolda. Il possibile nuovo soggetto politico dell’ex premier conta già su una base organizzativa, sui comitati civici “Ritorno al Futuro”, e su uno zoccolo duro nei gruppi parlamentari. Alla Camera, gruppo autonomo con dieci nomi certi – Rosato, Scalfarotto, Boschi, Ascani, Nobili, Fregolent, Di Maio (Marco), Migliore, Giachetti, Marattin (capogruppo) – e un’altra decina da trovare, pescando in Base riformista come in Civica e Popolare (Lorenzin) e altri del Misto. Al Senato gli scissionisti sono, per ora, cinque (Bellanova, Bonifazi, Faraone, Ginetti, Comincini), più Renzi, e dovranno entrare nel Misto, ma se davvero dovessero arrivare – come si vocifera – 4/5 senatori di Forza Italia, l’obiettivo è colonizzarlo ed eleggere un nuovo capogruppo per contare nelle commissioni, in Aula e, soprattutto, al governo.

Adolfo Spezzaferro

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