Roma, 31 ott — Avrebbe potuto risolversi in uno scambio di battute già sei giorni fa, con le scuse tempestive del presidente del Consiglio, ma no: Aboubakar Soumahoro, l’Onorevole con gli Stivali, ha ritenuto di buon gusto legarsi al dito quel «tu» con cui lo aveva apostrofato Giorgia Meloni, e strumentalizzarlo per costruirsi l’ennesima bolsa narrativa vittimista-antirazzista arrivando ad estrarre dalla naftalina lo schiavismo e il colonialismo.

Soumahoro e la strumentalizzazione di un lapsus

Del resto, se è atteggiamento signorile (come lo è stato quello della Meloni) scusarsi dopo una gaffe, lo è altrettanto accettare le scuse (che sono apparse del tutto sincere) senza reiterare, da giorni, accuse e punzecchiature estenuanti. Ma appare evidente che la signorilità non sia proprio il pane quotidiano di Soumahoro, che da bravo sindacalista «con i piedi nel fango» preferisce attaccarsi a fantasmini inesistenti da dare in pasto al giornalismo progressista e ai twittaroli woke.

Chiamatemi dottore

Il culmine l’ha raggiunto ieri a Che tempo che fa. Imbeccato da Fazio, è ritornato per l’ennesima volta sul lapsus della Meloni. Un errore dettato dall’abitudine di frequentare il Transatlantico come deputato e non di certo come premier, che l’ha portata a dare del «tu» a Soumahoro come se si stesse rivolgendo a un «onorevole collega». Niente schiavismo, niente senso di superiorità del «superiore bianco», ma lui seguita nella mistificazione e parla di colonie: «Tanti anni fa nelle colonie, i colonizzatori chiamavano i colonizzati utilizzando il tu, semplicemente perché il lei era ritenuto onorabile ed era riservato solo ai bianchi. Quindi questo termine oggi è un richiamo a tutto questo, ma anche un modo per guardare le persone dall’alto verso il basso solo perché sono donne, neri o della comunità LGBTQ, perché ritenute inferiori». E poi chiosa: «La presidente può darmi anche del dottore, sono laureato».

Titoli fantozziani

Insomma, siamo alla fiera dei titoli, al «lei non sa chi sono io», allo sventolare il famoso «pezzo di carta» come fosse un titolo nobiliare, alla fantozziana targa di ottone del Direttore Magistrale Duca Conte PierMatteo Barambani. Viene quasi da pensare che il Soumahoro, anzi il dottor Soumahoro, non sia in guerra per ottenere giustizia sociale, per dare una voce a chi ha i piedi nel fango, ma per ostentare il proprio status di ex-oppresso. Di cui, evidentemente, ha una gran vergogna. 

Cristina Gauri

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1 commento

  1. Ecco un altro degno rappresentante della “cultura del piagnisteo” su cui teorizzava Robert Hughes. In una civiltà che ha santificato la figura della “vittima”(vero o presunta…)è sempre comodo passare per tale, reiterando quanto più tale impressione nell’opinione pubblica, magari infiocchettando il tutto con storie di riscatto sociale nonostante le avversità e blah, blah ,blah….Tutte sciocchezze che nel campo progressista fanno venire le lacrimucce agli occhi. Ignorare personaggi come questi è l’unica cosa sensata…

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