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immigrazione scafistiRoma, 25 lug – I periodi più bui della storia sono quelli in cui dire l’evidenza diventa sempre più difficile. Il presente dibattito sul terrorismo, mentre giovani europei restano stecchiti un giorno sì e uno no, rappresenta proprio questa situazione plastica. Mentre si cerca la spiegazione di ciò che sta succedendo nel bullismo, nella depressione, nei videogiochi di guerra, nonché, ovviamente, nella nostra incapacità di accogliere, di integrare e di meglio suicidarci, ciò che è assolutamente evidente non può essere detto: tutte queste morti hanno a che fare con l’immigrazione. Di vecchia data o recentissima, di prima, seconda o terza generazione, tutto quello che volete: ma queste stragi non sarebbero state possibili senza la presenza di masse allogene sulla nostra terra, masse che ci odiano e che nonostante questo qualcuno ha voluto importare in nome di una ideologia folle e criminale.

Dire che il terrorismo ha a che fare con l’immigrazione non significa affermare che ogni immigrato è un terrorista. Questa è un’esagerazione banale e semplicistica, che nessuno sostiene davvero al di fuori degli sfoghi da bar. Ma è l’immigrazione a creare le condizioni oggettive affinché le nostre società pullulino di vere e proprie bombe umane, talora persino inconsapevoli di essere tali. La stessa spiegazione che fa riferimento all’Isis – inteso come organizzazione dalle velleità statuali, una struttura verticistica e con una strategia militare rivolta contro l’Europa – è limitante. Stabilire se questo o quello stragista ha ricevuto o meno un ordine esplicito da Al Baghdadi può essere importante ai fini delle indagini, ma non ci aiuta a capire un fenomeno che ormai cammina con le sue gambe. L’Isis ha ormai creato un format che chiunque si sente in diritto di riprendere.

E talora l’islamismo stesso non c’entra nulla, come accaduto a Monaco, dove però c’entra l’impatto devastante che ha sulla psiche umana lo sradicamento in nome di una integrazione promessa e mai avvenuta. Il ragazzino iraniano che ha fatto strage al centro commerciale non era uno jihadista, ma in qualche modo tra lui e i tanti sbandati delle periferie che passano da droga e Playstation alla militanza radicale non c’è poi tutta questa differenza. In entrambi i casi c’è un non essere a casa propria, una mancanza di senso, colmata dall’uno con una sete di violenza cieca, data in purezza, dagli altri con una sete di violenza sublimata in motivazione ideologico-religiosa. Ma il rancore sordo, l’insensatezza di fondo è la stessa.

Quando ammetteremo che questa cosa non funziona? Non basta la presenza ormai sistematica di “rifugiati”, “richiedenti asilo”, “ragazzi che fuggono dalla guerra” fra gli stragisti per aprire gli occhi? Quando riconosceremo che questo modello di società ha fallito, che non si può trasformare in europeo chi europeo non lo è? Quella favola sui bambini neri, bianchi e gialli che si stringono la mano non c’è, non esiste, non ha mai attecchito. Nel migliore dei casi ha creato zombie. Nel peggiore degli orchi.

Adriano Scianca

6 Commenti

  1. Credo che ogni parola ormai sia superflua. I fatti sono così palesi che non servono altre spiegazioni inutili ma evidentemente qualcuno preferisce credere al suo mondo dorato fatto di “pace” “integrazione” girontondi con canzonette, gessetti colorati in nome dell’amore. A costoro dico che vivono beati e si chiudono nel loro mondo almeno finchè anche il loro paradiso si colori dal sangue della realtà!

  2. Io invece urlo semplicemente che non voglio in casa mia clandestini, indipendentemente dal fatto che tra di loro vi siano terroristi o meno, perché in casa mia deve entrare chi voglio io. Se dobbiamo giustificare il nostro diritto alla sovranità appellandoci alla minaccia del terrorismo, allora è proprio finita. Questa gente che arriva senza chiedere il permesso potrebbe essere la migliore del mondo, ma io non la voglio lo stesso, e non vedo in base a quale principio io debba sentirmi obbligato a giustificarmi. Non voglio e basta, è casa mia, non loro.

  3. concordo pienamente, non vedo perchè ci dovremme giustificare per non volere qualcuno in casa nostra, quanto poi all’ infalazionatissima frase ” non siamo capaci di integrarli ” non vedo perchè dovremmo essere noi a preoccuparci di integrare loro, stiano a casa loro e stiamo tutti meglio, d’altra parte a Istraele non li vogliamo, ne comie vicini, ne come amici ne come dipendenti, ognuno a casa sua e tanti saluti

  4. Sono d’accordo ma non sui bambini: essi, al contrario degli adulti, non hanno pregiudizi. Se poi li sviluppano è ‘grazie’ agli adulti che li circondano – inclusi i benpensanti del politically correct, sia ben chiaro, i quali fanno danni ben peggiori..

    Poi ritengo ci sia da distinguere: un conto è un continente come l’Europa, con identità forti e secolari dove il multiculturalismo è spesso inapplicabile e spesso controproducente (soprattutto fatto in questo modo squallido), un conto, ad esempio l’Australia (dove mi ritrovo a vivere (per scelta, sì, ma per molti versi obbligata) e, incidentalmente, a lavorare come insegnante elementare), che meno male è una società multiculturale!, altrimenti circondati da bigotti angolassoni discendenti di galeotti mangia patate sarebbe da tirarsi una rivoltellata!! – come del resto purtroppo è praticamente ovunque al di fuori delle (poche) grandi città.

    Anzi, bisogna dire che quello australiano è forse l’esempio meglio (l’unico??) riuscito di integrazione (o per meglio dire pacifica coesistenza – al netto del sistema socialista-capitalista merdoso) grazie a regole ferree e precise, ma allo stesso tempo di rispetto e libertà reciproci e pari dignità e opportunità.

    Del resto fintanto che i paesi di origine non sono in grado (o non vogliono!) garantire un’esistenza dignitosa a quelli che dovrebbero essere i propri cittadini – sia per impossibilità/incapacità (vedi Africa ecc.), sia, appunto, per mancanza di volontà politica – o per volontà opposta! (vedi Italia: prima gli stranieri poi gli italiani, prima i clandestini poi i regolari, prima i delinquenti poi gli onesti, prima le coppie di fatto poi le famiglie, prima le banche poi i risparmiatori ecc.) le persone continueranno a voler emigrare. Se realizzato bene, un contesto multiculturale può essere un fattore di arricchimento e crescita personali, ma stanti i dovuti distinguo di cui sopra, ed applicato tendenzialmente ai paesi ‘nuovi’ (+ l’Inghilterra perché son pallosi e mangiano da schifo 😉 ). Con la storia che abbiamo noi in Italia non ne abbiamo certo bisogno.. Ma chi ne vuole condividere e apprezzare i valori con integrità e impegno penso debba essere il benvenuto, e possiamo trarne beneficio. Ecco, è proprio questo il punto. Australia: vieni se mi fai comodo e ti comporti bene. Italia: vieni se ti fa comodo a comportarti come ti pare. Al di là di porte chiuse/porte aperte, penso stia proprio qui la differenza sostanziale.

    Però mi piacerebbe tornare in Italia/Europa… forse se mi abbronzo un po’ e salgo su gommone qualche possibilità ce l’ho! chi direbbe di no a un albergo 5 stelle a 35 euro al giorno?? 😉

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