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Roma, 4 giu – Italexit, ExIt, euroexit, UscIta. Se la prospettiva di uscita dall’euro potesse misurarsi con il numero e la sequela di termini con i quali viene definita, l’Italia sarebbe già fuori dalla moneta unica da un pezzo. E adesso arriva anche JpMorgan, che ha coniato l’ennesimo neologismo: “QuItaly”, portmanteau di “Quit” (dal verbo uscire) e Italy.
L’occasione per la nuova proposta lessicale è un recente studio – ripreso dal sito specializzato ZeroHedge – nel quale la banca d’affari ha analizzato lo scenario finanziario di un’uscita dall’Italia dall’euro, arrivando alla conclusione che questa opzione sarebbe la migliore. E non solo per noi.
Il documento si focalizza principalmente sul saldo Target2, il saldo del sistema dei pagamenti intra-eurozona diventato dal 2011 lo spauracchio dei mercati. All’epoca contribuì alla caduta di Berlusconi, oggi e nonostante anni di austerità il suo andamento è perfino peggiorato, con un deficit per l’Italia che sfiora i 450 miliardi di euro. Deficit che Draghi ha, nel gennaio 2017, posto come debito da saldare nel caso in cui un Paese decidesse di riprendere la propria moneta.
Ma a cosa è dovuto questo peggioramento nel saldo? In parte proprio al Quantitative Easing, che lungi dall’aiutare (se non come effetto collaterale) le economie periferiche, ha di fatto acuito quelle asimmetrie che covano da sempre sotto la cenere e sono pronte ad esplodere – per non dire ad essere usate come arma di ricatto – in ogni momento. “Quando la Banca d’Italia, attraverso il suo programma di Qe, acquista titoli da una banca tedesca o da una banca del Regno Unito con un conto in Germania – spiega JpMorgan – questo flusso provoca un aumento della Banca di deficit Target2 in Italia e un aumento delle eccedenze della Bundesbank. O quando la Banca d’Italia acquista obbligazioni da un investitore nazionale ma questi utilizza il ricavato per acquistare un’attività all’estero, allora la Banca d’Italia si assume anche la responsabilità nei confronti dell’eurosistema. La liquidità creata da Banca d’Italia non rimane in Italia, ma si diffonde in Germania o in altre giurisdizioni”.
Insomma, queste passività verso l’estero sono da onorare o no? In teoria si tratta di pagamenti già effettuati ma, se volessimo stare alle parole di Draghi, cosa succederebbe – si chiede JpMorgan – se una nazione in uscita dalla valuta comune dovesse rinnegarle, o per dirla in altri termini fare default? Il maggior costo da pagare sarebbe, ironicamente ma non troppo, per la Germania più che per chi decide di lasciare la moneta unica.
Esistono però, a tal proposito, differenze sostanziali fra Paese e Paese. La banca confronta ad esempio le posizioni di Spagna e Italia. La prima, con un saldo Target2 leggermente migliore del nostro, ha però oltre mille miliardi di passività per investimenti internazionali, la seconda invece solo 115 miliardi, vale a dire un quarto delle passività Target2. Un eventuale Italexit, spiega sempre JpMorgan, sarebbe insomma molto meno minacciosa per i creditori rispetto a quanto avverrebbe con l’abbandono di Madrid.
Le alternative? Le conosciamo bene, avendole già sperimentate fra Grecia e le altre nazioni della periferia: o default selettivo (alias haircut) sui titoli del debito pubblico o svalutazione interna in assenza del “normale” aggiustamento di una valuta costruita per essere bloccata. Due soluzioni che non hanno risolto alcuno dei problemi strutturali che, anzi, nel tempo si sono ciclicamente ripresentati. E puntano dritti, in un futuro più o meno lontano, a soluzioni drastiche da rappresentare – queste sì – un vero pericolo per i creditori. Per i quali l’opzione di un’uscita controllata sarebbe dunque probabilmente la soluzione migliore.
Filippo Burla

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