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Roma, 28 set – Prima venne Ferrari. A breve sarà la volta, al termine di una girandola societaria, dello scorporo di Iveco e Fpt Industrial. In mezzo, la cessione di Magneti Marelli. Quella recente di Fiat è la storia di un lento e agonizzante addio all’industria italiana. E adesso il gruppo Fca starebbe pensando di dismettere anche la sua partecipazione in Comau.



La meccatronica di Comau

Meno nota alle cronache rispetto ad altre realtà della galassia Agnelli, quella di Comau è una storia decennale di altissima tecnologia. Fondata nel 1973 come Consorzio Macchine Utensili (da cui il nome Comau), l’azienda torinese nasce per riunire realtà operanti nel settore dell’automazione industriale. Un comparto chiave per l’industria automobilistica e non solo, che la porterà nel corso degli anni – anche recentemente, ad esempio con l’acquisizione di Renault Automation – ad espandersi fino ad assumere una posizione di leadership mondiale, capace di competere con i più grandi concorrenti globali.

Oggi Comau impiega quasi 15mila dipendenti fra 4 centri di ricerca e 15 siti produttivi, sparsi in altrettanti Paesi. Centinaia i brevetti registrati fra robot di assemblaggio e saldatura, macchine per magazzini automatizzati e sistemi di produzione in settori che spaziano dal trasporto all’aeronautico all’energia. Un’elevatissima diversificazione che fa rima con la tecnologia del futuro: la meccatronica e l’integrazione uomo-macchina secondo il paradigma che Comau declina nel concetto di “HUMANufacturing”.

Un’altra cessione: cosa resta di Fiat?

La notizia, che ha preso corpo nel corso degli ultimi giorni, parla di una Fca pronta a privarsi di Comau. Il dossier, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe già sul tavolo di Goldman Sachs che si incaricherebbe dell’intero procedimento.

Non è d’altronde un fulmine a ciel sereno. Dell’eventuale cessione di Comau si parlava già lo scorso autunno, quando insieme al gioiello della robotica era finita nel calderone delle ventilate cessioni anche la Teksid di Carmagnola (7mila dipendenti e un fatturato da centinaia di milioni), gruppo siderurgico anch’esso parte della filiera Fca.

Operazioni che prendono il nome di “valorizzazione” ma nascondendo in realtà, dietro all’aulica formula, il progressivo smantellamento – pezzo per pezzo – della vecchia Fiat. Uno spezzatino in piena regola, che fa sempre più rima con la scomparsa di quel che resta dell’Italia industriale. Magari in attesa del definitivo addio degli Agnelli con il passaggio armi e bagagli in mano ai francesi di Renault.

Filippo Burla

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