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Roma, 21 set – Malgrado i propositi bellicosi, la Lega Nord continua ad avere un paio di nodi politici da sciogliere, legati fra loro. Quello del secessionismo è uno. Quello del sovranismo è un altro, ma strettamente legato al primo. Come e di chi si vuole la “sovranità”? Abbiamo già visto, pochi giorni fa, Salvini arringare al grido di “Prima gli italiani” una folla in cui non c’era neanche un tricolore. Una folla a cui è stato detto per anni che italiana non lo era e che anzi gli italiani erano il primo nemico. Una folla in cui ai padani doc erano mescolati sparuti esponenti campani, pugliesi, calabresi di “Noi con Salvini”, un movimento che non esiste, che doveva guidare una svolta che non c’è mai stata, che doveva essere l’avanguardia di un sovranismo che si è fermato agli slogan. Questo nodo non è stato mai sciolto e le contraddizioni si vedono.



Ora spuntano all’orizzonte due eventi che fanno fare un ulteriore passo indietro all’immaginario e al discorso politico leghista. Il primo è il doppio referendum del 22 ottobre sull’autonomia di Lombardia e Veneto voluto da Zaia e Maroni. Una consultazione inutile, in realtà, priva di effetti concreti, che può sicuramente far leva su problematiche reali di tipo fiscale e burocratico ma che, nei fatti, è vissuta nell’ambiente leghista come un grande “vorrei ma non posso”. Il vero sogno, infatti, resta quello di fare come i catalani, ai quali importanti ambienti del Carroccio, sobillati dai leader veneto e lombardo, stanno guardando come se fosse una sorta di Palestina iberica, in cui però, a differenza della Palestina vera, stanno col presunto “popolo oppresso”. Ora, si dà il caso che la questione catalana sia veramente esemplificativa delle aporie dell’indipendentismo contemporaneo, che tanto entusiasma a destra, anche oltre il circuito leghista, certi confusi fan della “autodeterminazione dei popoli”.

Quella catalano è un’identità che si struttura attorno all’antifascismo e che vede nel centralismo una sopravvivenza tout court del franchismo, il cui spauracchio è stato adeguatamente sventolato anche in questi giorni. A tutto questo si aggiunga un filo immigrazionismo esasperato, che ha visto organizzare a Barcellona la più grande manifestazione europea pro-immigrati e campagne al grido “più rifugiati, meno turisti”. I loro scontri con l’autorità centrale sono per avere più profughi e meno misure anti-terrorismo. È, non a caso, l’unica causa indipendentista in cui sono riusciti a coinvolgere gli immigrati, in genere decisamente disinteressati a questo tipo di problematiche. Hanno, in percentuale, il doppio dei musulmani della Spagna e sono di fatto un santuario jihadista, come si è visto con gli attentati di agosto. Gli sponsor dell’indipendenza sono Pep Guardiola, allenatore milionario e finanziatore della ong che ci riempiono di immigrati, l’androgina sindaco di Barcellona, che è un’esagitata attivista antirazzista e filogender, oltre che la società blaugrana stessa, che ha uno spiccato dna mondialista fin dalla sua fondazione ad opera di svizzeri e britannici (altro che identità). Insomma, quello che i catalani rivendicano è di diventare un focolaio iper-globalista e farsi sommergere dagli immigrati.

Certo, le rivendicazioni indipendentiste che ancora circolano nella Lega, e che sono del resto fissate nello statuto e nel nome del movimento, sembrano in parte immuni da questa deriva cosmopolita. E infatti gli attestati di stima leghisti ai catalani sono stati prontamente rispediti al mittente, perché non si accetta la solidarietà dai “razzisti”. Eppure tutta la vicenda ci fa capire quanto la Lega sia distante dal vero sovranismo, quanto sia ancora intrappolata in riflessi pavloviani che la portano a sbavare ogni volta che si agita una bandiera di una “piccola patria” senza innalzare il ragionamento a un livello di comprensione superiore. In un’epoca in cui l’attacco alle identità vere è più forte che mai, equivoci e false piste non sono più tollerabili. Per lo spazio di un mattino, era sembrato che la Lega volesse mettersi alla guida della riscossa contro questo attacco. Voleva solo rifondare il centrodestra. Buona fortuna. Anzi, “bona sort” (è catalano, non lombardo…).

Adriano Scianca



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