Roma, 5 ott — Artisticamente Kanye West potrà piacere o meno, ma un aspetto del rapper ex marito della Kardashian mette tutti d’accordo, cioè la sua capacità di provocare omnidirezionalmente: sarà una vocazione, sarà l’ego ipertrofico, ma anche stavolta è riuscito a indignare a reti unificate il mondo della moda e dello spettacolo (non ci vuole molto, a dire il vero, ché questi si offendono per tutto).

Kanye West sconvolge la Paris fashion week

L’artista afroamericano ha infatti sconquassato la Parigi fashion week con uno show a sorpresa per presentare l’ultima collezione del suo marchio Yeezy S9, nel corso del quale ha indossato una t-shirt con l’enorme scritta «White lives matter» sulla schiena. L’intento è piuttosto chiaro, cioè quello di rifare il verso al più popolare (e consentito dalla gendarmeria politicamente puritana) Black lives matter. Le vite dei bianchi contano: manicomio istantaneo in tutto il globo. La scritta ha scomodato persino l’Anti defamation league, l’organizzazione internazionale ebraica che vigila contro il razzismo e l’antisemitismo che ha accusato Kanye West di diffondere dichiarazioni d’odio.

Una carriera di provocazioni

Una cosa è certa, la coerenza non appartiene al mondo di Kayne West, basta ripercorrere la sua carriera di provocatore nel corso degli anni. Trumpiano convinto, aveva poi finito per sfidare il tycoon nella corsa elettorale del 2020; nel 2018 fece impazzire gli antirazzisti sostenendo che disse che la schiavitù dei neri è stata, di fatto, una scelta. Per poi arrivare nel 2020, quando lanciò il suo ultimo singolo Wash Us in th Blood, in cui denunciava gli abusi della polizia. Infine arrivò la decisione di pagare con 2 milioni di dollari il college a Gianna Floyd, la figlia più piccola di George Floyd, l’afroamericano ucciso brutalmente dalla polizia. La sua morte diede nuovamente respiro al movimento Black lives matter, sulla cui onda le città Usa vennero messe a ferro e fuoco per mesi. Oggi, il dietrofront: anche le vite dei bianchi contano.

Tra i numerosi contestatori anche la fashion editor di colore Gabriella Karefa-Johnson, che lo ha criticato aspramente e contro cui il rapper si è accanito su Instagram, pubblicando due foto della Johnson scrivendo «questa non è una persona fashion» e «so che Anna [Anna Wintour, direttrice di Vogue America n.d.r.] odia questi stivali». Insomma, se Kanye West voleva dirottare l’attenzione della Paris Fashion Week su di sé, la missione può dirsi compiuta.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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