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Obama_NapolitanoRoma, 2 gen – Esiste un tipo umano, protagonista assoluto soprattutto nella prima metà del Novecento, che coltiva l’intransigenza delle idee ma riesce a coniugarla con la curiosità intellettuale e il confronto con chi la pensa diversamente. A questa “intransigenza dialogante” si contrappone un atteggiamento opposto e speculare: quello della “ortodossia inciucista”. Se i primi sono rivoluzionario-conservatori, i secondi sono reazionario-sovversivi. Giorgio Napolitano appartiene a questo secondo tipo umano, quello che si fa sempre garante dello status quo ma che discretamente ne mina le basi.

È solo una leggenda metropolitana, ma rientra perfettamente in questo schema il pettegolezzo che a partire dalla somiglianza impressionante fra il Presidente uscente della Repubblica e Umberto II ha teorizzato legami di parentela e figliolanze illegittime che collegherebbero Napolitano a casa Savoia.

Della discussa casa regnante, in effetti, l’ex dirigente del Pci ha molte caratteristiche umane e politiche. In origine, tuttavia, il giovane Giorgio – nato a Napoli il 29 giugno 1925 da una ricca famiglia liberale – aveva mosso i primi passi nei Gruppi universitari fascisti partenopei, collaborando con il settimanale IX maggio dove teneva una rubrica di critica teatrale. Debutta anche come attore in un paio di piccole parti nella compagnia del Guf al Teatro degli Illusi presso Palazzo Nobili. Anni dopo ricorderà quelle esperienze avallando la discussa interpretazione di Zangrandi sui Guf come palestre di antifascismo mascherate, tesi che oggi gli storici tendono a vedere in chiave alibistica.

Nel 1944, quando le cose per il fascismo volgono al peggio e in Campania già ci sono gli americani, Napolitano entra in contatto con un gruppo di comunisti napoletani.

L’anno dopo aderisce al Partito Comunista Italiano. Nell’autunno del 1944, a Capri, lavora tuttavia per l’American Red Cross, la Croce rossa americana. Nessun complotto, per carità, si tratta di impegno umanitario. Sta di fatto, tuttavia, che il personaggio non sembra avere problemi con gli yankee, tant’è che in seguito Henry Kissinger lo definirà “il mio comunista preferito”.

Napolitano risponde alle domande di uno studente di Harvard, durante una delle conferenze tenute nelle università statunitensi nel 1978
Napolitano risponde alle domande di uno studente di Harvard, durante una delle conferenze tenute nelle università statunitensi nel 1978

Nell’Italia repubblicana e in piena guerra fredda, però, Giorgio finisce per aderire a quel Pci all’epoca di stretta osservanza staliniana. Arriva il 1956 e l’VIII congresso del Pci capita poche settimane dopo l’ingresso dei carri armati sovietici a Budapest. Il delegato di Cuneo, Antonio Giolitti, insorge contro l’atto barbarico. Dopodiché prende la parola il delegato di Caserta, tale Napolitano Giorgio. Che dichiara di “combattere, e anche aspramente combattere” le tesi del compagno piemontese. Perché in fondo, spiega, l’Urss ha evitato “che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni”, ha impedito “che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione” e in definitiva ha salvato “la pace nel mondo”.

Non sarà l’ultimo caso di tetragona fiducia nell’ortodossia marxista-leninista diramata dalle centrali sovietiche. Almeno fino al 1974, anzi, l’esponente comunista non si distingue dagli altri dirigenti del Pci per quanto riguarda lo zelo ideologico. Poi, nel 1975, il nostro eroe chiede (senza successo) di poter visitare gli Usa, cosa che potrà fare solo nel 1978.

Certo, nel ’75 sono passati quasi venti anni dall’invasione dell’Ungheria. Ma solo sei da quando, nel 1969, Napolitano invita i militanti del Pci a “evitare ogni scivolamento sul piano dell’antisovietismo”, ribadendo il “valore non solo storico ma attuale della funzione mondiale dell’Urss”. E solo cinque da quando, nel 1970, rifiuta di “spezzare, o anche soltanto indebolire, i nostri legami con gli altri partiti comunisti e operai, e prima di tutto con il Partito comunista dell’Unione sovietica”. Nello stesso anno, del resto, riconosce in Lenin “un luminoso punto di riferimento”.

E ancora, la svolta americana dista solo tre anni dal riconoscimento, datato 1972, dello “straordinario elevamento del livello di civiltà e di cultura delle masse” apportato, nei paesi dell’est, dalla dittatura comunista. Un anno dopo, nel 1973, definisce “non accettabili” e “sciagurate” le tesi dei dissidenti Sacharov e Solgenitsyn. Il livello di doppiezza togliattiana raggiunto dalla dirigenza comunista dell’epoca è comunque tale che già nel 1969 l’ambasciata statunitense a Roma aveva avviato contatti segreti con il Pci in vista di una sua presunta salita imminente al governo.

napolitano-pciNel 1978 avviene il grande incontro. Alla Casa Bianca siede il democratico Jimmy Carter, con al fianco il prode Zbigniew Brzezinski, vecchia volpe della diplomazia Usa e stratega del trilateralismo. Accade così che Napolitano diventi il primo esponente del Pci in visita ufficiale negli States. Al ritorno racconterà su Rinascita le conferenze a Harvard e Princeton, ma anche – e questo è più interessante – i suoi colloqui presso il Cfr, l’esclusivo e potentissimo Council on Foreign Realtions, il ministero degli Esteri informale degli Stati uniti.

Ma per il resto, precisa, niente incontri politici. Eppure l’ex esponente socialista Claudio Signorile ha parlato di un abboccamento “ai massimi livelli con il dipartimento di Stato”. Si era in piena crisi Moro: davvero dobbiamo credere a un dirigente del più grande partito comunista d’Occidente che va negli Usa e parla solo con studenti? L’allora ambasciatore Gardner, del resto, ha raccontato di aver avuto quattro incontri segreti con il futuro uomo del Colle. La visita negli Usa era stata preparata con cura da Berlinguer. E da La Malfa. Sì, il leader del Partito repubblicano, che dalla prestigiosa tribuna di Foreign Affairs (rivista a cura del Cfr, peraltro) assicurò gli yankee sulle credenziali democratiche del Pci.

Che una certa attitudine all’intrigo abbia caratterizzato anche il mandato presidenziale di Napolitano, una volta salito quest’ultimo al Quirinale, è stato ipotizzato in seguito alle rivelazioni del giornalista economico Alan Friedman, contenute nel libro Ammazziamo il Gattopardo. Qui si dice che nel giugno 2011 il Presidente avrebbe cominciato a sondare la possibilità di affidare il governo dell’Italia ad altri piuttosto che al legittimo premier, votato da un Parlamento teoricamente sovrano eletto dal popolo. In quel frangente, contravvenendo a tutte le regole scritte e non scritte della nostra Costituzione, avrebbe contattato Mario Monti che poi avrebbe nominato senatore a vita e al quale a metà novembre di quell’anno avrebbe affidato il mandato di presidente del Consiglio.

Sempre Friedman interrogò Monti sulla questione: “Con rispetto, e per la cronaca, lei non smentisce che, nel giugno-luglio 2011, il presidente della Repubblica le ha fatto capire o le ha chiesto esplicitamente di essere disponibile se fosse stato necessario?”. L’ex premier rispose: “Sì, mi ha dato segnali in quel senso”. E poi al Tg1: “Nell’estate del 2011 ho avuto dal presidente della Repubblica dei segnali: mi aveva fatto capire che che in caso di necessità dovevo essere disponibile”. Se non fu golpe, poco ci è mancato. A Monti succederanno altri due governi, quelli di Letta e Renzi, entrambi non legittimati da un chiaro mandato popolare. È la democrazia del terzo millennio. Se non altro non arrivano più i carri armati, come a Budapest. Non ancora.

(dati tratti da Il custode, di Giampiero Cazzato, Castelvecchi, pp. 174, € 12,50 e Il compagno Napolitano, a cura di Lanfranco Palazzolo, Kaos, pp. 268, € 20,00).

Adriano Scianca

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