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Roma, 25 ott – Legge Fiano contro chi, comprando una bottiglia con la faccia del Duce, offenderebbe “milioni di morti”? Adesivi con la faccia di Anna Frank che riaprirebbero ferite “mai rimarginate”? Per capire la strumentalità e l’ipocrisia di certe polemiche, basterebbe rileggere il resoconto stenografico della seduta al Senato di ieri. Nella quale, nel bel mezzo della discussione sul Rosatellum, ha chiesto la parola Mario Tronti, uno dei padri dell’operaismo italiano, che oggi, tuttavia, è in Parlamento nelle fila del Partito democratico. Per sollevare quale obiezione tecnica alla nuova legge elettorale? Nessuna. Tronti voleva solo celebrare i cento anni dalla Rivoluzione d’ottobre del 1917.



Certo, il senatore piddino si è detto “consapevole che questo può arrivare a turbare la sensibilità di alcuni e di alcune, che legittimamente possono nutrire nei confronti di quell’evento un’ostilità assoluta”, ma ha allo stesso tempo rivendicato il diritto di parlare di quell’evento con “passione” e “disincanto”. E così è partita la dotta elegia, partendo dalla scelta pacifista di Lenin, che fece tornare a casa i contadini spediti al fronte per far rivolgere i loro fucili contro lo zar in nome dell’internazionalismo proletario, idea che, riallacciandosi all’“umanesimo moderno”, Tronti definisce “affatto di parte”. Forse la parte dello zar, per dire, avrebbe qualcosa da ridire. E con essa tutte quelle componenti della società russa che di volta in volta furono associate alla reazione e quindi destinate a sterminio.

Ovviamente il senatore del Pd non ignora nessuna delle pagine buie di quell’avventura storica: “Non intendo, per questo, nascondere, tanto meno giustificare, le deviazioni, gli errori, la violenza, i veri e propri crimini commessi”, ha detto. Anche se, nella frase immediatamente precedente, aveva detto che quella rivoluzione, “che era nata dalla guerra, si trovò in guerra con il resto del mondo, accerchiata e combattuta”. Il che rasenta pericolosamente la vecchia scusa dei regimi comunisti, sanguinari, sì, ma solo perché assediati dall’Occidente. In ogni caso, Tronti ha comunque voluto “isolare il valore liberatorio di quell’atto rivoluzionario dai fallimenti epocali e anche dalle costrizioni antilibertarie, che lo hanno seguito nella sua realizzazione. Ricordo una data e condanno una sua successiva negazione”. Il resoconto stenografico presente sul sito del Senato precisa che all’intervento giungono “applausi dai Gruppi PD e Aut (SVP, UV, PATT, UPT-PSI-MAIE), e dai banchi del governo”.

Nel 2017, quindi, il governo della Repubblica italiana ha applaudito un intervento in cui si lodava il “valore liberatorio” della rivoluzione bolscevica, la cui portata sterminazionista è stata ormai chiarita in modo inappellabile dagli storici. Intendiamoci: se si è per la libertà di parola e di ricerca storica, se si rifiutano i diktat del buonismo imperante e le ipocrisie obbligatorie, questo deve valere in ogni senso. Liberissimo Tronti, quindi, di tessere le lodi del sincero democratico Vladimir Il’ič Ul’janov, in arte Lenin, pur sapendo che Tronti non spenderebbe mai parole analoghe per l’identica libertà dei suoi avversari. Ma almeno fateci il piacere di farla finita con le leggiucole liberticide, le indignazioni strumentali, il moralismo un tanto al chilo, il dito alzato che viene dalle stesse mani che hanno applaudito la rivoluzione più omicidiaria della storia.

Adriano Scianca



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3 Commenti

  1. Leggevo le parole del senatore immaginando che stesse parlando della rivoluzione fascista , ed omettendo i riferimenti precisi, calzerebbe lo stesso a pennello. Le stesse cose quindi potrebbero dirsi per il Fascismo, potremmo guardarlo con disincanto e celebrarlo, stare lontai dai suoi errori, ma non è concesso farlo. Col disincanto, si può guardare solo il regime comunista russo, ovviamnete contestualizzandolo ai tempi che furono. Invece del fascismo si ricorda la parte peggiore rapportata ai criteri di giudizio attuali.

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