Merano, 7 ottobre – continua senza spiragli di luce la vicenda Solland Silicon, l’industria di silicio ex-Memc di Sinigo, nella quale lavoravano centinaia di altoatesini italiani, oggi ridotti al minimo di personale unicamente al fine di garantire la sicurezza della fabbrica meranese.

“Si è trattato principalmente di trasformare una volontà politica di chiudere lo stabilimento di Sinigo attraverso un percorso fallimentare – interviene in nota la sezione locale di CasaPound Italia – La responsabilità del fallimento dell’azienda non è di certo dell’amministrazione provinciale, ma la gestione del fallimento attraverso le sue ordinanze di svuotamento dell’impianto e la chiusura dell’attività produttiva dopo una serie di gare andate a vuoto, probabilmente non hanno parimenti, considerato sia gli interessi economici che gli interessi occupazionali e sociali”.

Secondo gli operai della fabbrica che non si riesce a vendere ai gruppi industriali stranieri, “gli ultimi sviluppi potevano dare un risultato diverso se si fossero fatte considerazioni che soppesavano di più l’aspetto produttivo/occupazionale che il mero aspetto contabile. Le ultime proposte di acquisto potevano essere un compromesso che poteva garantire la produzione e l’occupazione se le ordinanze fossero state riviste in un ottica più recente”. Per questo motivo CasaPound si pone dalla parte dei lavoratori che, in tutti questi anni, hanno saputo garantire con responsabilità la sicurezza dell’impianto, ben consci della situazione che si andava delineando. La pressione psicologica di perdere la propria professionalità e un lavoro qualificato, inoltre, si sono scontrate con dei muri di gomma che non hanno fatto altro che lasciare tutte le maestranze a se stesse. I nuovi datori di lavoro, forti di due ordinanze provinciali, si possono permettere di derogare i più normali diritti sindacali dei lavoratori privati in nome dell’interruzione di pubblico servizio.

“I livelli di tutela dei lavoratori di questa azienda ormai sono inesistenti – avverte Cpi – il più normale diritto allo sciopero sembra essere negato. Nella giornata di martedì 1 ottobre, è avvenuta una gravissima violazione dei diritti dei lavoratori all’interno dello stabilimento.  Sono state chiamate dalla partecipata Ecocenter, le persone addette allo svuotamento dell’impianto e, in presenza di una guardia, hanno dovuto consegnare il proprio telefono cellulare minacciati di licenziamento e mancato stipendio”.

Fatta eccezione per alcune sigle sindacali e partiti politici affiliati o succubi delle scelte della giunta provinciale guidata da Arno Kompatscher, SVP; CasaPound e alcuni sindacati liberi stanno esternando in Alto Adige la propria avversione sul trattamento dei lavoratori e su come si sia voluto politicamente chiudere il capitolo di una azienda storica per la comunità del gruppo linguistico italiano di Merano e Sinigo.

Andrea Bonazza

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